La Via Francigena dal Medioevo ad oggi

La Via Francigena fin dall’alto medioevo ha rappresentato l’itinerario seguito dai pellegrini dell’Europa del centro-nord per raggiungere Roma, sede del Papato e cuore della Cristianità. È l’itinerario di 3.300 km. di cui 1.600 (79 tappe in altrettanti giorni) percorsi a piedi dal neo Arcivescovo Sigerico nell’anno 994 per ritornare a Canterbury da Roma, dopo l’investitura del pallium da parte dell’allora Papa Giovanni XV. Su invito del quale, Sigerico si impegnò ad annotare/documentare giorno per giorno tutte le tappe in un diario ritenuto a ragione la più antica ed autentica testimonianza del tracciato della Via Francigena da Roma alla Manica.

In questo percorso, che verosimilmente possiamo accostare al famoso Cammino di Santiago de Compostela, l’appellativo “Francigena” indicava non solo un tracciato devozionale ad esclusivo uso dei pellegrini, bensì una via percorsa da mercanti, eserciti, uomini politici e di cultura, venendo a creare così quella sorta di canale preferenziale/privilegiato di comunicazione e scambio che porterà all’unità della cultura intereuropea tra il X e il XIII secolo.

La via di Sigerico divenne infatti un’occasione per la conoscenza dell’identità culturale europea nei suoi aspetti storici, artistici e religiosi oltre che una concreta opportunità di valorizzazione territoriale dei territori e dei luoghi attraversati.

Come sostiene Renato Stopani, autorevole studioso delle vie di pellegrinaggio nel Medioevo, “la Via ha costituito il tramite per mezzo del quale, si è attuata la diffusione di innumerevoli frammenti di culture: parametri estetici, moduli costruttivi, movimenti religiosi, ideologie politiche, innovazioni tecniche […] Come ogni fatto di circolazione la Via, mettendo in relazione uomini di paesi diversi implicava una osmosi culturale tanto che possiamo affermare che la sostanziale unità della cultura europea del medioevo, fu possibile grazie al transito che si svolgeva su strade di grande comunicazione come la Francigena”.

Va da sé che non si può parlare della Via Francigena medievale come di un tracciato ben definito, ma di un insieme di strade e sentieri. Esisteva infatti un itinerario di base che collegava le località più note, ancorché non si è mai conosciuto nel dettaglio il percorso che le univa, tranne che per alcuni tratti obbligati dalla morfologia del territorio.

Il cammino del pellegrino non era quindi un tracciato a sé stante, bensì una rete di strade e sentieri utilizzati secondo le stagioni, gli eventi politici e l’Ordine Religioso a cui appartenevano gli stessi viandanti che fin troppo spesso obbligava ad attraversare paludi, acquitrini, tratti di bosco impenetrabili o ad affrontare condizioni atmosferiche avverse, animali pericolosi, brigantaggio. Questi imprevisti costringevano spesso i pellegrini a ricercare percorsi alternativi più agevoli e protetti, creando così una rete di innumerevoli varianti locali rispetto all’itinerario principale.

La Via Francigena del Nord Italia

Sebbene, col passare degli anni, il percorso originario sia pressoché scomparso, sepolto dall’asfalto di autostrade e strade statali che nel tempo sono state realizzate con lo scopo di ricalcare quegli antichi tracciati romani e medievali, dopo la riscoperta negli anni Settanta del già citato Cammino di Santiago, si è pensato bene di rispolverare e riportare in luce anche in Italia il percorso analogo della Via Francigena: dapprima cominciando a recuperare il tracciato storicamente attestato e poi accompagnandolo di tanto in tanto con opportune deviazioni su sentieri e aree meno trafficate.

Il tratto, lungo un migliaio di chilometri, che da Col del Gran San Bernardo conduce a Roma è sicuramente tra i più suggestivi dell’intera Via Francigena, proprio perché attraversa paesaggi naturalistici di incomparabile bellezza qui e là inframmezzati da borghi e città che fanno parte del grande e ricco patrimonio storico, artistico e culturale del nostro Paese.

Dai Manieri della Val d’Aosta, soprannominata con una certa enfasi la “valle dei cento castelli” poiché, grazie alla posizione strategica della regione che la rende una via d’accesso ai valichi alpini, specialmente nel Medioevo è diventata motivo di contesa tra le famiglie nobili locali, con la conseguente costruzione di decine di castelli, torri e case-fortificate per il controllo del fondovalle e delle vallate laterali. Per quanto nel corso dei secoli, molti manieri si sono trasformati da sistemi di difesa a dimore signorili, adattandosi alle epoche e alle mode, mentre altri sono stati abbandonati, ancora oggi, questi luoghi pregni di arte, storia e leggende, esaltati dalla bellezza del paesaggio circostante, continuano ad affascinare i visitatori grazie al loro incanto fiabesco.

Alle Risaie del Vercellese, chiamate anche “mare a quadretti” in quanto, nella stagione primaverile, i campi allagati riflettono il blu del cielo regalando una scenografia idilliaca. Ma, al di là delle ingegnose opere idrauliche o del complesso sistema di canali irrigui, va evidenziato che le risaie del Vercellese sono anche una tra le più grandi oasi naturali d’Europa, l’habitat ideale di varie specie di uccelli: dalla Gallinella d’acqua alla Folaga, dagli Aironi cinerini alle Garzette, dal Cavaliere d’Italia al Cormorano e, da qualche tempo, all’Ibis sacro; e non trascurando taluni rapaci, come il Gheppio o il Falco di palude.

Alle Vigne terrazzate dell’Oltrepò Pavese, quella sequenza di colline che si allunga a sud del Po, fatta di curve morbide, filari ordinati di vigne e borghi silenziosi dove lo scorrere del tempo sembra essersi rallentato di proposito. Una terra dove si respirano i profumi del mosto e del bosco, dove i paesi hanno nomi che sembrano usciti da una favola (Fortunago, Pizzocorno, Borgoratto) e la cucina è fatta di sapori schietti e decisi, quasi ancestrali: il salame di Varzi, i formaggi d’alpeggio, i vini importanti come il Pinot Nero e la Bonarda: tutti figli di un terroir che non ha nulla da invidiare alle più blasonate regioni vitivinicole d’Europa.

Dai Borghi medievali della Lunigiana e della Val d’Elsa che, in quell’area geografica dove i monti e le vallate lunensi e, poco più a sud, valdelsani sono costellati appunto da numerosi borghi caratteristici, piccole gemme di pietra incastonate in alture o fondali naturali incontaminati. Un tempo fortificati e con finalità difensive, accomunati da una storia di lotte tra guelfi e ghibellini, ogni borgo è un’opera in sé e incamminarsi tra i vicoli è come passeggiare tra le pagine di un vivido libro di storia dell’arte.

Alle Crete Senesi, vero spettacolo della natura, quelle immense distese di argilla bluastra, con sfumature tra l’azzurro e il violaceo, risultato della sedimentazione del mare che circa 3 milioni di anni fa (Pliocene) ricopriva l’intera area. È un paesaggio quasi lunare, modellato da un susseguirsi di colline e avvallamenti, dove l’azione erosiva dell’acqua ha prodotto i Calanchi, profonde cicatrici di creta, e le Biancane, rilevi calcarei a cupola o a lama di coltello.

Ai Cipressi secolari della Val d’Orcia, autentica icona d’un paesaggio modulato dall’ondeggiare delle colline. Al di là dell’effetto cartolina, qui il cipresso trova una dignità esemplare conficcata com’è nel terreno dell’immortalità: l’albero si trova spesso vicino ai cimiteri, grazie al fatto che le sue radici, sprofondando a fuso nella terra anziché svilupparsi in orizzontale, non interferiscono con ciò che sta loro intorno. E poi, con quella forma simile alle mani congiunte in preghiera, sembrano fatti apposta per dialogare con gli angeli, le nuvole, il firmamento.

Ai Tufi della Tuscia, quel particolare territorio tra la bassa Toscana e l’alto Lazio, ricco di testimonianze etrusche e romane, dove la roccia vulcanica, appunto il tufo, ha plasmato e caratterizzato l’intero paesaggio. Un vero unicum fatto di calanchi e speroni rocciosi su cui si sono sviluppati numerosi insediamenti: quei suggestivi borghi scavati o arroccati nel tufo definiti non a caso delle “vere architetture di pietra”.